|
||||
|
agenda + Altra cultura + associati + Cinema + comitato scientifico + duchamp + Editoria + eventi + finalità + giocatori di silicio + letteratura + link + logo + Museo + news + Non solo scacchi + recensioni + Scienza + storia + turing + Turing Duchamp
Cerca
|
![]() 05/05/2008 Fabio Stassi, Gesualdo Bufalino e Josè Raul Capablanca Abbiamo già presentato il libro di Fabio Stassi, “La rivincita di Capablanca”, e non ci saremmo tornati su se non fosse per raccontare che sono quasi due anni, dall’undici giugno 2006 che conserviamo una pagina della Domenica del Sole 24 Ore che, sotto il titolo “Scacco al desiderio” presentava come pezzo principale un brano inedito di Gesualdo Bufalino. Lo scrittore siciliano, autore tra gli altri di “Diceria dell’untore” e “Le menzogne della notte” era morto dieci anni prima lasciando incompiuto il suo ultimo romanzo; il manoscritto conteneva due capitoli per complessivi 29 fogli. In ricordo dell’autore Bompiani e la Fondazione Bufalino ne avevano pubblicato un edizione fuori commercio. Il testo, a cura di Nunzio Zago si intitola: “Shah Mat. L’ultima partita di Capablanca”. Capablanca viene avvicinato da una prostituta, e l’ex campione del mondo la porterà a casa sua, ma invece di dedicarsi all’eros, le racconterà i ricordi della propria vita. Quel breve brano, però già conteneva due momenti indimenticabili; all’inizio: - “Non s’era mai tirato indietro, Jose Capablanca, davanti a una tentazione dei sensi. Spesso, anzi, era stato lui ad attizarla per farla avvampare. Era l’unica debolezza che riconosceva d’avere in comune col suo nemico d’elezione, quel moscovita ubriacone, quel selvaggio che assaliva le mogli degli ospiti, rubava nei cassetti, pisciava sui pavimenti; sempre con una tazza di vodka in mano e una nuvola di fumo attorno, sudicio, bilioso, cavilloso … Un usurpatore del titolo, ma pur sempre un mostro alla scacchiera, vulcanico, imprevedibile … uno che nella sua scala privata lui collocava al proprio fianco, sullo stesso gradino, anche se più in basso d’un centimetro o due” - E più avanti, verso la fine: - “Non sono un gioco, gli scacchi” rispose José. “Sono guerra, teatro e morte. Cioè, tutt’intera la vita” – E così, grande è stata la nostra sorpresa quando iniziando a leggere il libro di Fabio Stassi vi abbiamo letto che egli dichiara esplicitamente di essersi ispirato più al Capablanca letterario di Bufalino che non ha quello realmente esistito: “Solo fortuitamente il protagonista di questo racconto si chiama Josè Capablanca. Tutto nacque qualche anno fa, quando uno scrittore che amavo molto, pochi giorni prima di morire in un incidente stradale, mi mandò un piccolo biglietto in cui lo nominava. Venni a sapere in seguito che l’ultimo progetto che aveva in animo di scrivere, essendo anche un appassionato giocatore di scacchi, era una sorta di biografia romanzata di Capablanca. Da allora non ho smesso di pensarci…”. Poi Stassi chiede scusa al suo amato scrittore (Bufalino non viene espressamente citato se non con una citazione in epigrafe), “se ho finito di scrivere un libro che mi sarebbe piaciuto leggere” e a Capablanca, per aver preso in prestito, oltre al nome, molti episodi della sua vita, ma noi siamo grati a tutti e tre: a Capablanca per le sue partite e la sua classe, a Bufalino per la sua “ultima partita” e a Stassi, per la sua “rivincita”. Grati a Stassi, in generale, per tutto il libro, per essersi portato dietro per tanti anni il nome di Capablanca, ma in particolare anche per averci fornito una così bella versione di alcuni principi fondamentali del gioco degli scacchi. A pagina 110: “Il tempo e la posizione. Per lui questi erano gli elementi primordiali, il fuoco e l’acqua, la terra e l’aria degli scacchi. Impiegare il minor tempo possibile per sviluppare i pezzi e guadagnare una posizione vantaggiosa. Dall’unione di queste due divinità deriva la coerenza e l’esito di una partita. La sua armonia. (…) Ne era così convinto che non usava mai altre parole che queste per rispondere a chi gli chiedeva il segreto del suo genio. Tempo e posizione. Niente altro. Facevano intimamente parte della sua indole. Erano come un istinto, i primi due capitoli di un manuale di guerriglia. Forse aveva davvero sangue di schiavo, una memoria involontaria dei pericoli che si corrono a restare fermi nello stesso posto troppo a lungo e un occhio abituato a calcolare in anticipo quello che accadrà e a schivare le trappole. Era un’iguana, un colibrì. Lottava dall’inizio per prendere l’iniziativa perché sapeva che non l’avrebbe più abbandonata e che non andava mai concessa.” E a pagina 190: “Il finale. Questo è un gioco che si impara dal finale. Una sua ossessione. Se non sai come stringere la presa e portare avanti la tua azione sino all’ultima inchiodatura, non vale la pena sedersi al tavolo. A volte gli sembrava che questa fosse l’unica cosa che avesse capito nella vita. Gli era sempre stato chiaro. Sin da quando, per tre giorni consecutivi, aveva osservato suo padre giocare e scoperto le regole (…) Se non si commettono errori, tutto si decide alla fine. Solo alla fine.” Ora aspettiamo solo che qualcuno si decida a raccontarci una storia vista dall’angolazione delle nemesi di Capablanca, quel moscovita ubriacone ma un mostro alla scacchiera. Post scriptum: Capablanca era nato a L'Avana il 18 novembre 1888 e quindi era diventato campione del Mondo a 33 anni e non a 23, come erroneamente riportato in seconda di copertina de "La rivincita di Capablanca" Nicola Vozza |
|||


