|
||||
|
agenda + Altra cultura + associati + Cinema + comitato scientifico + duchamp + Editoria + eventi + finalità + giocatori di silicio + letteratura + link + logo + Museo + news + Non solo scacchi + recensioni + Scienza + storia + turing + Turing Duchamp
Cerca
|
![]() 09/06/2008 OGNI NUMERO PARI MAGGIORE DI 2 È LA SOMMA DI DUE NUMERI PRIMI Zio Petros e la congettura di Goldbach Apostolos Doxiadis Bompiani Il gioco degli scacchi viene, a ragione, spesso associato con la disciplina della matematica. Solo che se poi si provasse a chiedere ai più in che cosa consiste esattamente questa relazione le risposte comincerebbero probabilmente a essere vaghe. Qui non vogliamo approfondire queste risposte ma segnalare un anello che contribuisce a rinsaldare questo legame: si tratta di un romanzo del 1992 dello scrittore greco Apostolos Doxiadis “Zio Petros e la congettura di Goldbach” pubblicato in Italia in prima edizione nel 2000 da Bompiani. È la storia un matematico che nei suoi anni intellettualmente migliori si pone l’obiettivo di dimostrare la congettura di Goldbach: fallendo in questo tentativo ogni altro possibile risultato gli appare senza importanza e preferisce abbondanare del tutto la matematica, fino ad una svolta finale, che non vi raccontiamo. Oltre ad essere un matematico, Zio Petros è anche un ottimo scacchista, ma la graduatoria delle sue passioni non è in discussione: a suo nipote che gli chiede perché non si fosse decicato più intensamente al gioco egli risponde “E poi, nipote mio prediletto, ogni vita deve svilupparsi partendo dai suoi assiomi fondamentali, e per me non erano gli scacchi, ma soltanto la matematica.” E tuttavia, il narratore (il nipote) ci racconta che i benefici che gli scacchi hanno dato a Zio Petros sono indiscutibili: “Una sera, uscito per la consueta passeggiata, si fermò a bere qualcosa di caldo in un caffè, che era anche la sede del locale circolo scacchistico. Aveva imparato da bambino le regole degli scacchi e aveva anche giocato qualche partita, ma prima d’allora non si era mai reso conto della loro complessità. Qui, però mentre sorseggiava una cioccolata, la sua attenzione fu attratta da una partita in corso al tavolo accanto e cominciò a seguirla con un certo interesse. L’indomani sera, i suoi passi lo riportarono nello stesso locale, e così il giorno dopo. All’iniziò si limitò a fare da spettatore; poi a poco a poco, cominciò a comprendere l’affascinante logica del gioco. (…) Così finì per diventare un cliente abituale del caffè ed entrò a far parte del circolo scacchistico. Uno dei membri gli parlò dell’enorme bagaglio di conoscenze accumulato sulle mosse iniziali del gioco, la cosiddetta “Teoria delle aperture”. Petros si fece prestare un manuale e si comprò la scacchiera che ancora usava da vecchio nella casa di Ekali. Aveva sempre fatto tardi la notte, ma a Innsbruck non era per la Congettura di Goldbach. Con i pezzi disposti davanti a sé e il libro in mano, prima d’addormentarsi passava ore e ore a studiare le aperture fondamentali: la “Ruy Lopez”, i “Gambetti di re e di Donna”, la “Difesa siciliana” … Armato di qualche conoscenza teorica, cominciò a vincere sempre più spesso, con estrema soddisfazione. Di fatto, con il fanatismo del neoconvertito, per qualche tempo arrivò a perdere la testa, dedicando al gioco il tempo che apparteneva alla ricerca matematica, andando al caffè sempre più spesso, concentrandosi sulla scacchiera perfino nelle ore diurne per analizzare le partite del giorno prima. Ma quasi subito s’impose una disciplina limitò l’attività scacchistica alle uscite serali e a un’ora di studio (di un’apertura o di una partita famosa) prima d’andare a letto. Ciononostante quando lasciò Innsbruck era l’indiscusso campione locale. In realtà se pur molto amati gli scacchi per Zio Petros sono funzionali ai suoi interessi matematici, come pure ci viene raccontato: “Ma per un matematico passare un po’ di tempo lontano dal problema che lo assilla è assolutamente essenziale. Per assimilare il lavoro fatto ed elaborarne i risultati a livello inconscio, la mente ha bisogno di riposo, oltre che di sforzi. L’indagine su concetti matematici è decisamente vivificante per un intelletto rilassato, ma può diventare intollerabile se la mente è oppressa dalla stanchezza, spossata da una fatica incessante. (…) Gli scacchi, quindi, gli sembrarono un dono del cielo. Essendo per natura un gioco cerebrale, esigevano necessariamente la concentrazione, a meno di non affrontare un avversario molto inferiore, e a volte neanche in questo caso: il calo dell’attenzione veniva pagato a caro prezzo. Petros s’immerse negli scontri documentati tra i grandi campioni (Steinitiz, Alekhine, Capablanca) con una concentrazione che aveva conosciuto solo nei suoi studi matematici. Nel cercare di battere i migliori giocatori di Innsbruck, scoprì che era possibile staccarsi completamente da Goldbach, sia pure soltanto per poche ore. Opposto a un forte avversario si rendeva conto, con enorme stupore, che per un certo lasso di tempo non poteva pensare che agli scacchi. L’effetto era ravvivante. La mattina dopo una partita impegnativa affrontava il lavoro sulla Congettura con la mente fresca e lucida, e sentiva affiorare nuove prospettive e connessioni, in un periodo in cui aveva cominciato a temere di essere vicino a esaurirsi." Verso la fine della narrazione gli scacchi sono anche il mezzo attraverso il quale il nipote e lo zio riescono a rafforzare il loro legame, ma per Zio Petros sono anche una difesa, con cui cerca di opporsi alle richieste del nipote di saperne di più delle sue ricerche matematiche: “Dimentichiamo il passato, dimmi che cosa vedi sulla scacchiera. È una partita recente fra Petrosian e Spasskij, una Difesa Siciliana. Il bianco muove il Cavallo in f4 …” Nicola Vozza |
|||


