9/2/2010
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Philip Marlowe
11/06/2008

‘You and Capablanca,’ I said.

Finestra sul vuoto
Raymond Chandler

Creato anche con qualche piccolo riferimento autobiografico dallo scrittore Raymond Chandler, Philip Marlowe è forse uno dei più famosi investigatori privati della letteratura e del cinema: in un certo senso, egli rappresenta un icona della cultura umana del secolo scorso, ma che sta dando prova di poter sopravvivere nell’immaginario collettivo ancora a lungo. Ci inventassimo oggi un personaggio così parrebbe un accozzaglia di luoghi comuni, ma lui è stato uno dei primi, ed a tutt’oggi uno dei meglio riusciti. Marlowe è un tipo onesto, nel senso che obbedisce alle sue leggi morali e ai suoi principi in maniera rigorosa, è un tipo indipendente, ma anche un solitario, fuma e beve in abbondanza, ha una pistola ma preferisce non usarla, ha una tariffa giornaliera fissa (più le spese) ma in realtà è abbastanza incurante del denaro, elegante senza badarci troppo, scanzonato ed ironico, con la battuta (spesso tagliente) sempre pronta. Un tipo capace di citare Eliot, Shakespeare, Flaubert e di apprezzare Rembrandt, ah… pure un appassionato cultore del gioco degli scacchi.
In “Finestra sul vuoto” (“The High window”) si può leggere: “Le figure degli scacchi, d’osso rosso e bianco, erano in fila, pronte per la partita, e avevano l’aria intelligente, esperta e complicata che hanno sempre all’inizio di un gioco. Erano le dieci di sera, io ero a casa, avevo la pipa in bocca, un drink accanto e in testa nulla, eccetto due delitti e il mistero per cui la signora Elizabeth Bright Murdock aveva riavuto il doblone Brasher mentre io lo tenevo ancora in tasca.
Sfogliai un libretto di tornei di scacchi, pubblicato a Lipsia, scelsi un gambetto di regina molto promettente, aprii con il pedone di regina bianca, e il campanello d’ingresso suonò.
(….) Il tenente guardò Spangler e si strinse nelle spalle. Poi osservò il pavimento. Infine alzò gli occhi lentamente, come se gli pesassero, e tornò a guardare me. Ero seduto accanto al tavolino degli scacchi.
“Giocate molto a scacchi?” mi chiese, osservando le pedine.
“Non gran che. Ogni tanto m’invento una partita, ripensando ai casi miei” “Ma non bisogna essere in due, per giocare a scacchi?”
“Io ripeto partite da torneo, che sono state registrate e pubblicate. C’è un’intera letteratura sugli scacchi. Ogni tanto risolvo qualche problema. Non è un vero e proprio gioco degli scacchi. Ma perché ne parliamo ora? Volete un bicchierino?”

Nella scena finale dello stesso libro, dopo due giorni fin troppo ricchi di avvenimenti violenti ed ingarbugliati Marlowe torna a casa e …

“Era notte. Andai a casa, indossai i miei vecchi abiti da casa, preparai gli scacchi, mi versai un drink e giocai un’altra partita solitaria. Durò cinquantanove mosse. Magnifici freddi, inflessibili scacchi, quasi ossessionanti nella loro silenziosa implacabilità. Quando la partita fu terminata, ascoltai per un poco il lieve rumore al di là della finestra aperta e aspirai l’odore della notte. Poi portai il mio bicchiere in cucina, lo sciacquai, lo riempii d’acqua ghiacciata e rimasi in piedi a sorseggiarlo, davanti all’acquario, osservando il mio viso nello specchio.”

Per qualche strana ragione la traduzione italiana non si mantiene fedele all’originale, che contiene un esplicito riferimento a Capablanca:

“It was night. I went home and put on my old house clothes and set the chessmen out and mixed a drink and played over another Capablanca game. It went fifty-nine moves. Beautiful and remorseless chess, almost creepy in its silent implacability. When it was done, I listened at the open window for a while and smelled the night. Then I carried my glass out to the kitchen, and rinsed it and filled it with ice water and stood at the sink, sipping it and looking at my face in the mirror. ‘You and Capablanca,’ I said.”

A parte quel bellissimo verso finale, la traduzione italiana perde anche un qualche collegamento tra il carattere del personaggio di Marlowe e lo stile di gioco di Capablanca. Quando fu scritto il libro il campione cubano era sicuramente uno dei giocatori più famosi al mondo, ma Chandler aveva qui bisogno anche di un riferimento alla natura dei suoi scacchi: “Beautiful and remorseless chess, almost creepy in its silent implacability”


Nicola Vozza