3/9/2010
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Ombre senza nome
25/06/2008

Ombre senza nome
Ignacio Padilla
Fanucci 2005 (2000)

“Uno scacchista di valore, diceva mio padre ogni volta che mi spiegava una giocata maestra, sa riconoscere un suo pari immediatamente e nelle circostanze più strane, ma comincia una partita soltanto quando è sicuro di aver misurato le forze del suo antagonista, e mai, veramente mai, punta al divino gioco niente che non sia importante quanto la propria vita. Ignoro chi dei due abbia fatto per primo la proposta, o in quale momento sia stata finalmente tirata in ballo la scacchiera”. Questo brano si trova a pagina 19 ma avrebbe ben potuto essere l’incipit della narrazione, e di quale proposta si tratti, l’abbiamo già imparato dal risvolto di copertina: “1916: durante la prima guerra mondiale, Viktor Kretzschmar e Thadeus Dreyer di giocano la vita in una partita a scacchi, mentre viaggiano su un treno che porta le truppe verso il fronte. Se vince, Thadeus – recluta dell’esercito – si scambierà l’identità con Viktor, impiegato delle ferrovie, sfuggendo così alla guerra.”
Nomi, identità, scambi di personalità e di destini, quattro personaggi principali che a volte sembrano lo stesso soggetto, una storia a tratti complessa, ma anche ipnotica e coinvolgente, quella dello scrittore messicano Ignacio Padilla.
E così come per Thadeus e Viktor i rispettivi destini erano stati decisi da una partita a scacchi, anche per le altre “identità” della storia gli scacchi sono il terreno dove affermare la propria identità o per conquistarne un'altra, come uno strumento di ordalia.
Proponiamo alcuni esempi, ma molti altri ce ne sono nel libro. A pagina 68 possiamo leggere “Più che un gioco, per il gioielliere gli scacchi eranop la prova inequivocabile che un’identità collettiva e geniale era stata seminata nel figlio dopo millenni di persecuzioni, diaspore e temerarie difese di una coscienza di razza mantenuta al prezzo di sofferenza e sangue. … Sebbene non potessi ricordarlo con chiarezza, non c’era dubbio che Efrussi e io ci fossimo affrontati diverse volte non sulla scala della gioielleria, bensì in quel salone domenicale dove il signor Isaac Efrussi prometteva di condonare i debiti al padre di colui che fosse stato capace di battere a scacchi il piccolo Jacobo.” O ancora a pagina 122, “Il sabato io e Dreyer frequentavamo un caffè dall’aria malandata che ostentava l’opinabile fama di alloggiare l’unico circolo di scacchi in terra boema. Lì, ogni settimana, con religiosa fedeltà, giocava una ventina di individui pericolosamente uguali fra loro. Viaggiatori, burocrati, ispettori dei prezzi, revisori presso studi legali attendevano ansiosi il fine settimana per affrontarsi su quei mondi bianconeri con napoleonica avidità. Dreyer si era imposto su di loro in un certo numero di riunioni, e forse le cose non sarebbero andate oltre un semplice vanto fra amatori se un pomeriggio Eichmann non avesse fatto irruzione nel caffè intenzionato a difendere quel fortino scacchistico come fosse suo. Eichmann aveva chiesto il permesso di giocare con i neri, cosa alla quale Dreyer aveva acconsentito in modo arrendevole, anzi quasi sottomesso, come se tra di loro fosse stabilito da anni un alternato codice di gioco le cui regole non erano più in discussione. Quella volta, dopo ore di un’immobilità degna di un dagherrotipo, la partita era terminata patta. Era l’alba quando Eichmann, con autoritaria signorilità, aveva chiesto al suo avversario di accompagnarlo in albergo per cominciare un’altra partita. Ma Dreyer, con mia sorpresa, aveva rifiutato l’invito con la scusa, falsa, che dovevamo partire subito per Berlino. ….
A partire da allora avevamo visto diverse volte il giovane Eichmann, ma Dreyer aveva sempre fatto il possibile per postporre la partita che entrambi avevano lasciato in sospeso in quel caffè di Praga.“
Una partita che si chiuderà (?!) solo molti anni dopo.

Nicola Vozza