3/9/2010
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Genio scacchistico
22/09/2008

I "Bocconi Sport Days", le olimpiadi dei cervelloni a Volterra e qualche considerazione, con l'aiuto del libro di Jonathan Levitt "Il genio negli scacchi" sul rapporto tra intelligenza e scacchi.

Adolivio Capece ci ha segnalato due manifestazioni in qualche modo simili. Dal 23 al 25 settembre, all’Università Bocconi di Milano, si svolgerà la quarta edizione dei “Bocconi Sport Days”, che il bando segnala come un contributo ad un’equilibrata formazione dello studente. Sono previsti tornei di calcetto 3x3, basket 3x3, pallavolo mista 3x3, touch rugby 4x4 e una serie di altre attività tra le quali ping pong, calcio balilla, freccette, subbuteo, trivial e scacchi. Dal 3 al 5 ottobre, invece, presso la Scuola Internazionale di Alta Formazione di Volterra, si svolgeranno le “Olimpiadi dei cervelloni”, che prevedono 8 discipline: basket, ping pong, calcio a cinque, pallavolo, calcio balilla, scacchi e uno o forse due giochi con le carte. L’idea è di un gruppo di studenti di collegi d’eccellenza (la Normale e la Sant’Anna di Pisa, la Galileana di Padova, le scuole superiori di Catania e Udine, …) che sentendosi su internet e capito di avere interessi comuni hanno deciso di realizzare quest’idea con l’obiettivo primario di incontrarsi il più possibile e creare una rete comune. Ora, ogni qualvolta un gruppo di persone, siano essi i migliori studenti italiani, dei vicini di casa, gli ospiti di un campeggio, ... decidono di inserire gli scacchi tra le loro attività ludiche – sportive non può che farci piacere, ma in questi due casi, esiste un surplus di interesse causato proprio dal fatto che si tratta di studenti delle migliori scuole italiane e quindi, nel sentire comune e probabilmente anche nei fatti, per l’appunto “cervelloni”. La domanda che viene da porsi è la seguente: esiste un legame tra l’intelligenza e il gioco degli scacchi? Per nostra fortuna della questione, almeno in una delle due direzioni, si è occupato il Grande Maestro inglese Jonathan Levitt, che ha scritto nel 1997 un libro dal titolo “Genius in Chess” (l’edizione italiana del 1998, “Il Genio negli Scacchi è stata pubblicata da Messaggerie Scacchistiche). Levitt cerca di rispondere alla domanda: cosa distingue i più forti giocatori del mondo, da un “normale Grande Maestro”? Esiste, e se esiste che cosa è, qualcosa che possiamo chiamare genio scacchistico? Secondo Levitt questa cosa esiste ed è una miscela dei seguenti ingredienti: intelligenza (elevato QI), duro lavoro, motivazioni e valori, forma fisica, buon insegnamento, concentrazione, carattere e ambiente, energia e libido. Nel paragrafo relativo all’intelligenza Levitt cita una studio di Cox del 1926 che fornisce le medie del QI per rappresentanti di alcune professioni: filosofi (22 soggetti a campione) QI medio 173; scienziati (39) QI 164; scrittori di narrativa (53) 163; statisti (43) 159; musicisti (11) 153; artisti (13) 150; militari (27) 133. Secondo Levitt i migliori scacchisti dovrebbero stare nella stessa categoria dei filosofi. Vale forse far notare, che la media del QI su tutta la popolazione è 100, con una deviazione standard pari a 15, che con 120 (corrispondente al grado di abilità generale al quale le persone sono in grado di gestire efficace la loro particolare abilità) ve la cavate alla grande, che sopra i 160 si entra nella categoria dei “geni”, che Fischer aveva realizzato una volta 187 punti, ma anche che un elevato QI non è una condizione sufficiente per il rendimento e più in generale l’intelligenza e la capacità di agire intelligentemente non necessariamente coincidono. Gli stessi punteggi ottenuti in un test QI, vanno presi con molta cautela: c’è ampio accordo tra gli esperti del settore nel ritenere che essi non riescono a cogliere l’essenza dell’intelligenza. Levitt poi si spinge fino a proporre un equazione che lega punteggio Elo e QI, ma ad oner del vero lui stesso avverte di non prenderla troppo seriamente. Il punteggio Elo raggiungibile (dopo il giusto periodo di duro lavoro, etc) è circa uguale a 10 volte il QI più mille. Ne segue che per diventare campione del mondo, occorre avere un QI di circa 180; una persona di intelligenza media potrebbe aspettarsi di raggiungere un punteggio Elo di circa 2000; solo una frazione minuscola di coloro che potrebbero raggiungere 2.500 punti Elo ci riescono (perchè neanche ci provano) davvero. Secondo Levitt è probabile che come gruppo gli scacchisti abbiano un QI superiore alla media, ma solo perché, “gli scacchi, come qualsiasi altra cosa, suscitano più interesse in coloro che riescono bene fin dall’inizio”. Possiamo sintetizzare così: per arrivare al vertice un elevato QI è necessario così come ogni altro degli ingredienti che formano il genio scacchistico. Per gli appassionati con un po’ di duro lavoro si può sopperire ad un po’ di talento in meno. Levitt non lo dice esplicitamente, ma penso che sia implicita la seguente considerazione: chi sente di non avere abbastanza talento non proverà neanche a diventare uno scacchista di vertice. E nell’altra direzione del dilemma? Cioè persone più intelligenti dovrebbero giocare scacchi migliori? Solo a parità degli altri ingredienti. In un contesto leggermente diverso Levitt usa la metafora dei secchi, che vi riproponiamo: immaginate un giardino pieno di secchi di forme e dimensioni diverse e in più un qualche distributore casuale d’acqua. La quantità d’acqua che finisce in un secchio è la forza scacchistica, l’altezza del secchio l’intelligenza genetica, la larghezza un insieme degli altri ingredienti (duro lavoro, motivazione …): un secchio basso, ma largo e vicino alla fonte potrebbe ricevere molta più acqua di un secchio molto alto ma stretto e sfortunato.

E poi la cosa bella degli scacchi è che mica bisogna giocare bene per forza! C’entrerà qualcosa quel proverbio indiano che ci dice che gli scacchi sono un mare in cui il moscerino può bere e l’elefante fare il bagno?
Insomma, qualunque sia il vostro QI, buoni scacchi a tutti.

Nella foto, la Scuola Normale di Pisa.

Nicola Vozza