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![]() 27/09/2008 Leggendo "Io odio John Updike" ci è venuto in mente che sarebbe stato interessante fare qualche domanda all’autore. Grazie alla sua cortesia e a quella della casa editrice Fazi, abbiamo così potuto scambiare qualche mail con Giordano Tedoldi. 1) nel libro c'è un unico racconto ad esplicito contenuto scacchistico, il secondo, quello che ha come protagonista lo scacchista francese Didier Reti, ma in realtà gli scacchi sono spesso presenti (l'episodio della festa che viene rovinata dalla partita a scacchi, o quel personaggio che dice “Mi sentivo la reincaranzione di Bobby Fischer nel 1972, …), come fossero un fatto normale e non "eccezionale"; cioè non racconti sugli scacchi, o scacchi usati come espediente narrativo, ma racconti che descrivono un mondo dove gli scacchi ci sono e capita di raccontarne. Così come ci sono gli automobili ed in un racconto si parla di automobili ma non in tutti. È corretta questa osservazione? Sì, è corretta la tua osservazione. In nessuno dei racconti del mio libro volevo scrivere una storia "sugli" scacchi, come giustamente dici tu, o con gli scacchi come espediente narrativo. Non riuscirei a dirlo meglio di come lo dici tu: descrivo personaggi, cui capita di giocare a scacchi, mondi in cui accade che esistano tali personaggi, narro storie dove gli scacchi fanno parte integrante della normalità quotidiana, che è di per sé ricca e complessa tanto da accogliere quel gioco e chi vi si cimenta, senza che si debba trovare in ciò una metafora, il cliché del genio che crolla all'ultima mossa nella partita decisiva del torneo, e altre cose simili che mi hanno sempre fatto trovare fallimentari le storie "sugli" scacchi, quand'anche siano uscite dalla penna di Nabokov, o Zweig, o altri. Diciamo che, a differenza di questi autori, che hanno "usato" gli scacchi per creare dei conflitti o delle tensioni drammatiche, io ho rinunciato in partenza a usare questo strumento, perché ho l'abitudine di essere usato dalle mie storie (e così spero accada al lettore) più che di usare, di essere controllato più che di controllare. Tutti i racconti della mia raccolta sono partite di scacchi, in cui gli scacchi esplicitamente citati sono però pedoni di quelle partite, o forse cavalli, mossi da mani di cui non non vedo il braccio. 2) Se è lecito chiederlo, oltre che nel suo mondo gli scacchi "ci sono" anche nella sua vita quotidiana? Per curiosità ho cercato il suo nome nelle graduatorie elo, senza trovarlo, ma dall'insieme lei pare scacchisticamente molto competente (non che le due cose debbano essere in contraddizione...) La domanda è lecita. Gli scacchi ci sono nella mia vita quotidiana ma non troverai mai il mio nome in graduatoria, non ho intenzione di giocare a livello agonistico né ora né mai. Se potessi spogliare completamente il gioco del suo forse inestirpabile elemento competitivo, credo sarebbe un gioco ancora più bello. Sono d'accordo con te che si può essere molto competenti, in qualcuno dei milioni di possibili sensi in cui lo si può essere a proposito di scacchi, senza essere professionisti. E viceversa. 3) Sulla metropolitana Didier Reti porta con sè un suo libro che ad un certo punto gli cade dalla borsa, si intitola "Filosofia della sconfitta". Sarebbe un libro bellissimo che mi piacerebbe leggere. Cosa troveremmo in questo libro se potessimo leggerlo? Il manuale di scacchi "Filosofia della sconfitta" purtroppo non esiste, come non esiste in tutte le altre discipline o attività umane in cui la sconfitta non è solo prevista, ma addirittura necessaria e in un certo senso costituzionale al normale svolgersi di quella attività o disciplina. Questo è un grande danno. D'altronde non deve stupire: temo che nessuno sappia veramente perdere. La vittoria ci illumina e ci rafforza, la sconfitta induce un sentimento, almeno sull'immediato, di dolore, di umiliazione e cupezza. Questo la dice lunga su quanto siamo stupidi. Un libro sulla "Filosofia della sconfitta" sarebbe un libro sulla condizione umana, il migliore e il più completo dai tempi dei primi pittogrammi a oggi. 4) Mi ha colpito il concetto di “Bathos”. Metto insieme il Bathos della mamma di Didier, quello che leggo sul risvolto di copertina (.... perenne disgusto... pretesa di perfezione ...il mondo lo tradisce), e che effettivamente ritrovo nel libro e però lo paragono ai difetti (che sono pregi) di Kate Moss; un personaggio ad un certo punto dice: “Non nascondere le proprie imperfezioni, questa era una buona lezione. C'era sempre da imparare, da Kate Moss”. Che Marco Lodoli (che ha scritto la quarta di copertina) abbia sottovalutato questa frase (ed il corsivo dell'autore), che a me sembra invece essere l'altra faccia del Bathos? Per me il Bathos è anzitutto quello che certi filosofi chiamano "lo sfondo", quello che sta dietro, prospetticamente più in profondità (bathos vuol dire profondo) rispetto alle figure in primo piano. In qualche peculiare modo che non ho indagato, gli uomini si rappresentano "in primo piano" mentre agiscono "sopra uno sfondo". C'è sempre un sostrato di preoccupazioni, angosce, pensieri, contesti di cui tenere conto e che pure sono stranamente allontanati, messi in secondo piano appunto, è un po' simile alla rappresentazione che la storia dà delle vicende umane: individui che agiscono sopra un piano già formato da condizioni sociali, economiche, culturali, e su quelle si inerpicano, tentando di arrivare in cima, di avanzare sempre più (prospetticamente) rispetto allo sfondo, che invece deve andare sempre più indietro, quasi dissolversi in un nero senza fondo. Sospetto che vi sia un collegamento tra il concetto di "sfondo" e lo stato di inerzia di cui parla Freud nel suo saggio Oltre il principio del piacere, come lo stato di riposo assoluto cui tutti gli organismi tendono oltre un certo livello di sollecitazione. Ma questo apre una serie di complicate digressioni che non sono in grado di sviluppare senza impazzire. Quanto a Lodoli e Kate Moss, ha senz'altro ragione miss Moss, e non c'è dubbio che Lodoli, abbia calcato un po' la mano sul "disgusto" e la "disperazione", ma per fortuna c'è l'altra faccia della medaglia, che tu sei stato in grado di vedere. Nicola Vozza |
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