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![]() 21/10/2008 La prima cosa che leggo, all’arrivo dell’ultimo numero di New in Chess, è la rubrica di Jonathan Rowson, “Rowson’s Reviews”. Dovrebbe essere una rubrica di recensioni, è ogni tanto lo è anche, ma in genere funziona così: il GM scozzese prende spunto da un libro per affrontare gli argomenti più disparati. Così sul numero 7/2008 della rivista olandese il punto di partenza è il libro di Kasparov “Kasparov vs Karpov 1975 – 1985” ma l’argomento centrale è la domanda “Is Chess a Sport?”, che viene sviluppata per ben tre pagine. E se, a parte il suo intrinseco interesse, abbiamo deciso di segnalare l’articolo di Rowson, è perché abbiamo trovato particolarmente condivisibili le sue conclusioni: “Secondo me il test per verificare se una particolare attività merita di essere chiamata sport, non riguarda le abilità fisiche richieste, quanto il riscontro che le strutture e le aspettative costruite intorno a questa attività ci diano o no una ragione per credere che da essa possano essere generate delle buone storie, e cioè, la domanda cruciale è “la gente si appassionerà a quello che succede, e perché?” …. “e così la sfida (per gli scacchisti) è quella di raccontare le nostre storie in una maniera tale che esse assomiglino di più alle storie di sport che in realtà sono, storie di favoriti e di perdenti, storie di rimonta e di fallimenti, di vittorie e di sconfitte.” La foto è di “Arriving at the horizon”, su questo indirizzo di flickr http://www.flickr.com/photos/modern_nomad/2740119220/ Nicola Vozza
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