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![]() 02/01/2009 Stefano Benni Terra! Feltrinelli 1983 Un ricordo tira l’altro e così la partita a scacchi con aiuto dall’esterno dell’ammiraglio Langlais, personaggio di Oceano mare di Baricco, ci ha fatto ricordare di una storia simile raccontata qualche anno prima da Caruso, personaggio del primo romanzo di Stefano Benni, “Terra!” Si tratta di “Il racconto di De Leon: le stelle magiche”, in cui delle stelle marine ritrovate su uno sperduto asteroide, aiutano il giovane mozzo De Leon, che si era preso cura di loro, ad avere la meglio in una partita a a scacchi dall’importanza capitale, contro il tirannico capitano Garcia. Dovete sapere che il capitano aveva una grande passione. Adorava giocare a scacchi. Era anche molto bravo – per uno di quei misteriosi legami che uniscono malvagità e genio -, e nessuno, da anni, era mai riuscito a batterlo, neanche il computer di bordo. Ebbene, il capitano vide le stelline bianche e nere, e decise di fare una scacchiera unica al mondo. Su ogni stellina bianca montò un pezzo bianco, e altrettanto fece con le nere. Quindi le mise su una grande scacchiera di ossa di orso, e devo dire che il risultato era veramente splendido: la luminescenza delle stelline rendeva la scacchiera magica. Ma io notai subito che le stelline, fuori dall’acqua, stavano perdendo colore e appassivano, morivano, insomma. (…) Non era una gara ad armi pari. Il capitano sapeva benissimo che io conoscevo a malapena le regole del gioco, mentre lui era un maestro. Aveva inscenato questa commedia, perché qualche amico nell’equipaggio, aveva coraggiosamente chiesto pietà per me; con questa macabra farsa voleva riaffermare il suo potere, e deriderci. Ci sedemmo di fronte alla scacchiera, ed egli, bevendo la sua solita pinta di rhum, con un sogghigno disse: “Ecco! Muovi pure per primo! Ti do un ultimo vantaggio! Ora le hai vicine le tue care stelline, sei contento? Guarda che beffa però, saranno proprio loro a portarti nella tomba!” E rise ancora. Guardai la scacchiera, e i volti rattristati dei miei amici. Non sapevo proprio che fare. Stavo per dire, su, basta con questa buffonata, mi uccida subito e facciamola finita, quando mi accorsi che una delle stelline, la pedina di regina, pulsava leggermente. Solo io potevo vederla, in quanto gli altri erano lontani dal tavolo e il capitano non aveva una buona vista. Con mio grande stupore, vidi la stellina che iniziava a muoversi verso la casella che avevo davanti. Istintivamente, ne accompagnaii il tragitto con la mano. Guardai, se qualcuno si fosse accorto di quello che era successo. Nessuno, tantomeno il capitano Garcia, che ruttò rumorosamente e disse: “Bene! Buona apertura! Pedina di Regina! Hai mosso in fretta, ragazzo! Vuoi morire prima?” e fece la sua mossa con il nero. Quando vidi pulsare la seconda stellina, ancora una pedina, un pensiero incredibile mi nacque in testa. Ma sollo alla quarta mossa, quando la stellina di cavallo pulsò e mi indicò chiaramente con una delle sue punte di muovermi a sinistra, capii cosa accadeva. Quasi svenni per l’emozione. Le stelline PENSAVANO! E non solo, ma in quei pochi giorni che erano state usate sulla scacchiera, avevano capito il gioco degli scacchi, e stavano giocando per me! Con quanta intelligenza? Molta, come capii, man mano che la partita proseguiva, dall’espressione del capitano Garcia. Dall’iniziale risata, egli era passato a un risolino preoccupato, che divenne ben presto isterico. Da buon giocatore qual era, si rendeva conto, mossa dopo mossa, che lo stavo attaccando con grandissima abilità. Mi guardò negli occhi con paura, quando la stellina alfiere guidò la mia mano scivolando in una posizione di attacco alla regina nera. Anche i miei amici si erano resi conto che qualcosa di strano stava accadendo, perché li sentivo bisbigliare, e a farmi di nascosto cenni di tener duro. Il capitano cominciò a sudare, e a pensare più a lungo prima di ogni mossa. Ogni tanto scuoteva la testa, come ad allontanare il pensiero che quel giovane mozzo potesse veramente giocare come un grande maestro…., no, mi pareva di leggere nel suo pensiero, no, è il caso che lo guida in una serie incredibilmente fortuntata di mosse, ma prima o poi commetterà un errore da principiante qual è. Ma alla ventesima mossa, un attacco di regina, Garcia, si rese conto che io stavo veramente giocando al suo livello. Iniziò a tremare: non riusciva a capire. Impallidì, mentre io gli mangiavo alfiere e torre. Le stelline, implcabili, lo attaccavano da ogni parte. Alla trentaseiesima mosse, si accorse che era quasi perduto. Mi guardava con terrore: capivo che più che la sconfitta e la probabile morte imminente, una domanda lo rodeva: cosa sta succedendo? Come ha fatto a vincermi? Dove ho sbagliato? A quel punto, decisi di mostrarglila verità. La stellina di regina pulsò. Io non la toccai. Si spostò da sola, percorse due caselli, si fermò. Era uno strepitoso scacco matto di regina, cavallo e torre, una mossa da maestro. Il capitano Garcia impallidì. Capì subito. Si alzò di colpo salla scacchiera. Guardò ancora la stellina. Con un urlo, fuggì nella sua cabina. Pochi istanti dopo sentimmo il colpo. S’era sparato. Così finì il terribile capitano Garcia. Le stelline, rimaste troppo a lungo fuori dal loro elemento naturale, morirono tutte durante la notte. Non prima però di aver salvato la vita all’unica persona che le aveva trattate umanamente. Perché umane erano, se questo aggettivo ha qualche valore, di questi tempi. “Questa è la storia,” disse Caruso, “che mi raccontò quel marinaio, e io non ho nessun elemento per dirvi se è vera, o inventata. Ma da come la raccontò, io gli ho sempre creduto.” Nicola Vozza
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