8/9/2010
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Una chiaccherata con ...
14/01/2010

... Dario De Toffoli di "studiogiochi", che ringraziamo per la disponibilità e la cortesia.

1) La tua attività nel campo dei giochi è, come dire, multiforme. Da solo, in collaborazione con altri autori e tramite "studiogiochi" giochi, produci e scrivi di giochi da tavolo, giochi matematici, giochi enigmistici, di poker, dama, scacchi, etc... ma mi sembra di capire che la tua grande (o prima) passione sia il backgammon. Personalmente mi stupisco da sempre che questo bellissimo
gioco non sia molto più popolare.... Vuoi fare qualche considerazione?

Il backgammon non è stato l'inizio della mia storia ludica (la racconteremo un'altra volta...), ma effettivamente è uno dei giochi di cui mi sono maggiormente occupato e che in assoluto preferisco.
Perfetto equilibrio fra abilità e fortuna, frutto di un'evoluzione pluri-millenaria.
Anche se non ha mai avuto un boom paragonabile a quello odierno del texas hold'em e degli altri stili del poker moderno, il backgammon è presente da millenni nelle più diverse culture e ha sviluppato innumerevoli varianti, segno certo dell'influenza che ha avuto. Oggi il poker (che tra l'altro gli è un gioco matematicamente molto vicino) gli fa indubitabilmente ombra, ma si notano segni di ripresa: il Piave ha retto, nei tavolieri rotoleranno ancora tanti e tanti dadi.

2) Sempre a proposito di Backgammon ho visto che quest'anno non si è svolto il tradizionale torneo "Città di Venezia" che organizzavi da tanti anni. Come mai?

Dopo 20 anni consecutivi di torneo Internazionale di Backgammo "Città di Venezia", Il casinò della città lagunare - in pieno panico per la crisi che tutti ha colpito - ha sospeso i finanziamenti. In pratica, nella confusione siamo finiti nelle "sponsorizzazioni" da tagliare, peccato... che non si trattava di una sponsorizzazione, ma di una promozione che ha sempre portato rilevanti ritorni immediati al casinò stesso (leggi: frequentazione dei tavoli verdi da parte di importanti
giocatori internazionali).
Ad ogni modo non demordo. Stiamo lavorando a nuove soluzioni, in collaborazione col circuito dei maggiori tornei europei.

3) In ambito scacchistico da alcuni anni è in atto il tentativo di "trasformare" il gioco in uno sport, o almeno a farlo riconoscere come tale, dagli organismi deputati e dal grande pubblico. Personalmente, anche se capisco la dinamica che c'è dietro non sono sicuro che la strada sia quella giusta. Per gli scacchi e per altri giochi tradizionali, tu cosa ne pensi?

Io di mio io starei con Caillois, che nel suo I giochi e gli uomini non distingue fra gioco e sport; in pratica li considera tutti giochi.
A questo punto però faccio due considerazioni:
1) Lo "sport" è socialmente molto più accettato del "gioco", dunque se per la causa ci conviene chiamare sport i giochi (e non viceversa)... e chiamiamoli sport; per esempio, come forse saprai, io da sempre sono un assiduo frequentatore delle Mind Sports Olympiad londinesi: si gioca a tutti i tipi di giochi... e si chiamano sport della mente. Non è un caso.
2) La "sportività" viene popolarmente identificata con la regolamentazione agonistica (e a volte spettacolare) di un gioco e credo che la tua domanda a questo si riferisse. Ebbene sono favorevole, a me l'agonismo piace svisceratamente (cerco sempre di vincere, a qualunque cosa io giochi, e se c'è in palio anche solo il titolo di campione del pianerottolo... mi impegno di più) e quindi vedo di buon occhio questo affratellamento con gli sport fisici, con conseguente regolamentazione delle competizioni. In qualche modo dà più valore alle nostre gare.
In altre parole spero che questo secolo veda uno sviluppo degli sport della mente paragonabile allo sviluppo che gli sport prettamente fisici hanno conosciuto nel secolo scorso.

4) Per esempio trovo assurdo il meccanismo dei controlli antidoping negli scacchi, la stragrande maggioranza delle sostanze "proibite" sono dannose per il gioco!!! e allora il controllo antidoping mi pare inutile e puramente moralista...

Questa volta non sono d'accordo con te. Trovo che i controlli antidoping siano un fatto positivo, un passo verso una sana regolamentazione delle competizioni. Ma soprattutto auspicherei che i controlli venissero estesi ai tornei di backgammon e poker, una volta entrati nell'orbita di organismi
nazionali e internazionali riconosciuti e non più lasciati alla totale anarchia delle organizzazioni. Sono sicuro che un po' di pulizia gioverebbe alla grande maggioranza di giocatori puliti.

5) L'Italia è sicuramente una grande potenza sportiva, con grandi campioni in moltissime discipline, ma quando passiamo al ludico mi sembra che siamo molto indietro. Agli italiani piace lo sport ma non piace "giocare con la mente"? L'unica eccezione che vedo è quella del bridge, ce la
caviamo anche ad Othello e forse un pò alla volta si muove qualcosa in ambito di poker sportivo.
A dama continuiamo a giocare con le nostre regole, a scacchi non produciamo un giocatore di vertice dal Rinascimento (Caruana non ha "imparato a giocare" in Italia!), nei paesi scandinavi i tavolieri da backgammon sono in tutti i bar, mentre qui da noi la mpaggior parte della popolazione
neanche conosce le regole.... Ti sei chiesto da dove nasce questa differenza?
(Tra tutti gli sport quello più simile ad un gioco della mente mi sembra il tennis ed anche qui l'Italia sta a pezzi. Si, Panatta, Pietrangeli e ora le donne, ma niente di paragonabile alle glorie calcistiche, motociclistiche, pallavolistiche, etc...)

Il fatto è - in media - che agli italiani piace giocare soprattutto per divertirsi e non hanno troppo interesse a studiare per migliorare il proprio livello di gioco (troppo da faticare...): si accontentano
di quello che sanno e badano a spassarsela. Sono anche capaci di andare a spanciarsi prima di un'importante partita... per la gioa dei loro avversari internazionali. Giocatori di altri nazioni hanno un approccio diverso, che mi piace assai di più: prendono la cosa molto più seriamente e cercano di ottenere il massimo dei risultati.
Inoltre questa mania italiana di giocare varianti locali molto più brutte di quelle internazionali, mi infastidisce non poco. Credo che sia per mera abitudine, pigrizia mentale. L'arzigogolatissima dama italiana (vuoi mettere la vivacissima dama internazionale), il tristo pokerino con le 32 carte (a volte nemmeno citato nei manuali internazionali), il gin rummy con le cocottes, anche gli stessi
scacchi hanno avuto un periodo di non accettazione delle norme internazionali, poi per fortuna superato. Ma a che pro?
Per quanto riguarda il tennis, ci hai azzeccato. Per esempio numerosi ex professionisti si sono dati - e con un certo successo - al poker; a cominciare da Boris Becker, diventato testimonial di PokerStars.

6) In un contesto del genere, la decisione di fondare "studiogiochi" mi pare un gesto di grande coraggio ma anche di lungimiranza... c'era e c'è ancora uno spazio da > riempire. Quali sono le difficoltà e le gioie di una società come "studiogiochi"?

25 anni fa ho fondato studiogiochi, abbandonando una promettente carriera... e venendo etichettato dai più come un eccentrico (a loro scusante c'è da dire che nemmeno capivano di cosa mi occupavo). Devo dire che è stata la migliore decisione della mia vita, non tanto in
termini economici (forse con 'altra professione avrei guadagnato di più), ma occuparsi di ciò che davvero ti piace nel profondo... beh, è impagabile!
Ora a studiogiochi lavorano (e ci vivono) 7 persone, oltre a numerosi collaboratori. Certo ci sono tutti gli scazzi di un qualsiasi lavoro normale (clienti, fatture, pagamenti, anni di crisi, ecc.), ma
l'atmosfera è buona e molto spesso ci divertiamo proprio.
Difficoltà naturalmente non mancano, progetti che non vanno in porto (o non hanno il successo sperato), collaboratori che non riescono ad entrare in sintonia, contingenze economiche, ma nel complesso nel nostro studio ci stiamo bene.
Se qualcuno è interessato a capire che cosa facciamo, può farsi un'idea visitando il nostro sito: http://www.studiogiochi.com

7) La scuola. A spanne, un pò di matematica c'entra in tutti i giochi.... non dico niente di strano se affermo che nella scuola italiana (da Croce in poi) prevale un'impostazione umanistica e la matematica è per molti una specie di incubo, senonchè poi arriva il sudoku e siamo tutti lì a giocare con i numeri. Ci deve essere da qualche parte uno spazio dove agire. Voi ci lavorate dentro. Il futuro non è prevedibile, ma si può parlare del presente. Come lo vedi?

Una piccola precisazione: col sudoku non giochiamo con i "numeri", ma con dei "simboli". Al posto delle cifre da 1 a 9 si potrebbe usare qualsiasi altro set di 9 simboli. Si usano i numeri solo perché di gran lunga i simboli più riconoscibili in modo ordinato. Non c'è alcun calcolo da fare.
Dalla scuola noi ci teniamo mediamente piuttosto distanti: il gioco è e deve restare un'attività soprattutto libera. Ciò premesso è vero che la scuola ha sempre trascurato il gioco, come fatto culturale. E anche sulla matematica tu hai ragione: per esempio da ragazzo, allo scientifico, neanche un cenno alla teoria delle probabilità! Per non parlare della "matematica ricreativa". Che orrore! Però secondo me le cose stanno cambiando. C'è una sempre maggiore attenzione della società per la matematica nel suo complesso e ciò ha portato in auge anche tutti quei settori dove la matematica incontra il gioco. Si tratta di una tendenza altamente positiva che io credo
nel medio termine avrà ricadute anche nel mondo della scuola (attraverso il corpo insegnate).

8) Di solito le donne giocano poco. O giocano meno. In molti casi non giocano proprio. I tornei scacchistici italiani sono imbarazzanti nel loro essere club maschili involontari. Fior di studiosi da anni si interrogano sui motivi, e non saremo noi a risolvere l'arcano, ma forse dalla tua visione
privilegiata di multigiocatore ci puoi aiutare ad avere una visione da una prospettiva diversa.

Note dolenti. Temo purtroppo che la risposta sia ancora quella che ho dato nell'ultimo mio libro (Il grande libro degli scacchi) e che riporto qui:
Forte è stato il pregiudizio che negli scacchi vuole le donne inferiori agli uomini. Ma si tratta appunto di un pregiudizio. Non vi è alcuna evidenza psicofisica che imponga alle donne di giocare peggio e le ragioni che possono spiegare perché complessivamente abbiano raggiunto livelli più bassi degli uomini sono evidentemente di natura storico-sociologica: le donne hanno avuto infinitamente meno possibilità ed occasioni di giocare e soprattutto di dedicarsi seriamente e professionalmente al gioco, essendo molto più gravate da incombenze quotidiane di ogni tipo. E questo vale non solo per gli scacchi, ma anche per altri giochi e per molte altre attività umane,
ricreative, culturali e politiche.

Nicola Vozza

studiogiochi
n.vozza@turingduchamp.org